Esprimere sé stessi nella sfera del video
(proposta per una tipologia degli autori
)

 


Chi si esprime tramite il mezzo video digitale, con strumenti non troppo costosi e senza dover sottostare alle leggi e ai tempi della produzione commerciale, ha dunque la possibilità eccezionale di parlare di se stesso. Questa possibilità, la possiamo considerare una specificità delle circostanze creative definite in modo vago come "indipendenti".

Ma attenzione: questa possibilità è solo una tra le tante che si aprono all'autore di video.
Essà viene praticata a intermittenza, in modi diversi, parziali, e solo raramente è realizzata tanto da risultare protagonista dell'opera, o "far breccia" nella sua essenza.
Infatti il mondo della "cinematografia non professionale", per quanto "indipendente", ha sempre avuto, in quanto "mondo", le sue leggi, i suoi simboli ed i suoi codici, con cui si scende a patti spesso a discapito di necessità più personali.
Nel corso degli anni '90, questi codici si sono sviluppati ulteriormente, e si sono fatti più precisi, spesso irrigidendosi.
Gli esperti del settore, ma proporizionatamente anche i conoscenti degli autori (amici, parenti, committenti vari), hanno un'idea più chiara del concetto di "cortometraggio", di quello di "videoarte" (per quanto esso sia per larghi tratti paradossale), o altri.
Chi crea, deve confrontarsi con standard definiti ed affermati, nonostante si parli di indipendenza, di creatività, di originalità. Non era così dieci anni fa, quando un corto come "Una notte vera" di Lauro Crociani rischiava di vincere qualche concorso, e, contemporanemante, i critici teorizzavano sugli esperimenti di Angelo Tantaro (1).

Bisogna notare però che quella possibilità di parlare di sé stessi, nonostante tutto, permane anche oggi poichè fa parte dell'essenza della sfera del video.
Permane, assieme alla fruibilità dei mezzi tecnologici. Assieme alla libertà che nessuno può toglierci, e che questi mezzi possono convogliare. Assieme al senso di riscatto esistenziale che in ciascuno di noi è innato, e che in alcuni tende a irrompere, per ragioni disparate, proprio nella ridiscussione e riscoperta di se stesso.
Dunque, nel testo che segue, rileggeremo il mondo del video “indipendente” sfruttando come chiave di lettura la possibilità di cui abbiamo accennato, e i diversi modi di gestirla, mediarla o ignorarla.  Riteniamo che questo sia un modo serio per parlare del video, come qualcosa la cui distinzione dal resto sia fondata. Nel senso esistenziale, sì; ma anche estetico e creativo.
Parleremo quindi di alcuni tipi di autori, che il lettore è invitato ad intendere in modo non troppo rigido, e dunque come tipi di tendenze mai definitive.

Tipologia degli autori: una proposta

A proposito della rappresentazione di se stessi all'interno dell'opera, semplificando non poco, ma riferendosi a categorie vecchie quanto la nostra cultura (2), si possono parlare di alcuni diversi tipi di autori video. Per comodità, le abbiamo così suddivise:

I Tipo: Coloro che, attraverso la creazione video, non intendono rappresentare in alcun modo se stessi. Non sono coscienti di tale prospettiva o, se lo sono, preferiscono evitare questa possibilità.
Il contatto con se stessi non avviene, è ignorato, eluso o rimosso.

II Tipo: Coloro che rappresentano se stessi in modo letterale. Cioè, negli aspetti più concreti e immediatamente riconoscibili dell'opera. Ad esempio: la storia narrata (raccontare vicende personali) o la scelta di elementi particolari (girare in location d'importanza personale, o inserire nell'opera immagini e cose d'importanza personale).
Il contatto, dunque, avviene nella fase dell'ideazione e della pre-produzione.

III Tipo: Coloro che rappresentano se stessi nei modi della rappresentazione, cioè nello stile che testimonia e filtra vicende e soggetti svariati.
Il contatto avviene nella fase di produzione e post-produzione.

IV Tipo: Coloro che rappresentano se stessi nell'atto della creazione, indipendentemente dalla considerazione dell’esistenza di un'opera finita. In certi casi, per questi autori, l'opera è qualcosa che si evolve costantemente; essi vivono questa costante evoluzione come l'autentico senso dell'opera.
Il contatto, avviene sul piano della creazione in quanto tale, e dunque fine a se stessa.
Da un punto di vista essenziale, non esiste prodotto finto, o esiste solo contingentemente: ciò che importa è la creazione come opera in sé (ad esempio: certi progetti vijng o live media, o creazioni sperimentali come quelli di alcuni gruppi di teatro).

Eccetto nel caso del IV Tipo, la creazione è sempre qualcosa di strumentale alla realizzazione di un opera finita che poi, in un secondo momento, ci rappresenterà al posto del nostro "se stesso", letteralmente sostituendovisi.
Per i casi del I, II e III gruppo, il momento della visione dell'opera finita è sempre un momento di affetto narcisistico, e non è da confondersi con quello che abbiamo chiamato contatto, cioè il momento in cui effettivamente si esprime se stessi, riflettendosi nell'opera.
Nel passaggio da I a IV tipo, cambia la conoscenza di se, e la necessità di affrontare le problematiche ad esso attinenti. Inizialmente (I), non si avverte o si ignora questa evenienza. Poi, quando la sia avverte, la problematica viene rappresentata in tutta la sua portata letterale (II).

In un secondo momento, la problematica viene intesa come qualcosa di più "astratto", di cui le apparenze letterali sono considerate una delle tante manifestazioni possibili. Qui, si ha una coscienza di se come particolare modo di essere (essenza), cui è possibile declinare qualsiasi insieme di rapporti tra persone, cose o immagini: stiamo parlando delle stesse qualità formali dell'opera. È, insomma, il momento dell'"artista maturo".
Il IV tipo, astrae ulteriormente la problematica, perché rifiuta l'oggettivazione di essa nell'opera intesa come qualcosa di finito, e riscopre una coincidenza totale tra confronto con se stessi e creazione video. I mezzi, gli oggetti e i corpi che compongono l'attività prendono valori inediti, e agiscono in un centro rituale decretato dall'autore. Non videoarte, non fiction, non teatro, ma una qualsiasi di queste cose decontestualizzata dai significati abituali-funzionali, ed elevata a strumento di autoconoscenza.
Certo, è possibile e probabile che ne scaturiscano ancora delle opere finite. Ma non è quello il fine esistenziale della creazione: le opere appariranno spesso come riproduzioni on the air; a volte come sorta di residui, come frammenti, o video non confezionati; a volte come semplici documentazioni; e non solo.


Essere autori

Ma cosa intendiamo precisamente quando scriviamo "parlare di se stesso"?
Per "parlare di se stesso" non intendiamo semplicemente la rappresentazione del proprio io, della persona che vogliamo essere o cerchiamo di apparire.
Piuttosto, intendiamo la rappresentazione di un nostro essere più profondo, che viene ancor prima delle apparenze e dei ruoli ostentati. Qualcosa che, pur corrispondendo all'azione che il mondo ha compiuto sulle nostre anime, non ne offre una sedazione, o una compensazione, ma ne incarna piuttosto i dualismi e in generale le contraddizioni.
Dunque possiamo evidenziare una sublimazione, nell'opera, di quella lotta che costantemente l'autore porta avanti per essere l'io che è. Un conflitto vitale le cui radici si pongono nell'infanzia e nell'adolescenza, e le cui problematiche si ripresentano quotidianamente.
A grandi linee, insomma, stiamo parlando del Se e della sua integrazione.

Così nell'opera, non troviamo solo la sublimazione dell'io dell'autore, ma anche di tutto ciò che, per reconditi motivi personali, gli è avverso, e lo determina dal profondo.
Questa integrazione, è generalmente presente nelle circostanze di creazione del IV tipo (anche per questo definibili "rituali"). In esse rivive quel rapporto peculiare che l'autore instaura con se stesso, scoprendo un suo essere più ampio, bipolare e spesso ermafrodita. Ecco il "contatto", l'incontro con le parti rimosse o taciute, che ci aiuta a riscoprire una autonomia innata, un microcosmo specifico e vitalissimo.
Questa autonomia è gà avvertibile in un'inquadratura inedita, magari parzialmente sovraesposta, o inclinata, o distorta (III tipo); o in un racconto ricco di ambiguità (con personaggi doppione del protagonista-autore, antagonisti ed entità varie, tutti riconducibili al suo non-essere, vedi II tipo).
Tale conflitto vitale peculiare, potrà risultarvi palese osservando un particolare uso dei filtri video, magari ricco di rimandi e contraddizioni incomprensibili (III tipo), oppure assistendo, in tempo reale, alle creazioni di un autore che sappia trasformare il set in un inedito luogo di culto, con gesti e liturgie particolari (quando si lavora con amici o in totale distensione, ne emergono quasi automaticamente, pur restando inconscia la possibilità di trasformare l'attività in una performance fine a se stessa).

Così, il caso del IV tipo (che, dal punto di vista dell'arte del cinema, tende spesso al paradosso), ci aiuta a comprendere in modo più definitio ciò che andiamo cercando nell'ambito degli altri casi. Il IV tipo stesso, è forse la sfida della nostra proposta teorica: in esso risplende il nuovo orizzonte concettuale da analizzarsi.


I Tipo

Si tratta di registi e artisti che investono le proprie energie e il proprio intelletto nelle fasi di pre, pro e postproduzione, mantenendosi su un livello d'interazione oggettivo e finalizzato a scopi materialistici. Molto spesso, si tratta di professionisti.
Un creatore di questo tipo, non confonde quasi mai, il suo dramma personale con l'opera che sta realizzando. Ne' negli atti rappresentativi, ne' nella scelta dei soggetti o altro. Talché a volte è arduo persino definirlo "autore".
Il suo stile, se ce n'è uno, nasce da un insieme di convenienze e non dalle pose dell'anima, che sono spesso sconvenienti all'affermazione materialistica. Tutto è funzionale ad uno scopo mondano, e la finitezza dell'opera è perseguita ed affermata con la massima cura: una cura che a volte può essere nevrotica, e quindi drammatica, ma mai in quel senso totalizzante che comporta la coscienza di Sé.

Molti autori del I tipo, i quali investono le proprie energie nell'attività di creazione, sono onestamente convinti di dedicarsi "anima e corpo" al proprio lavoro. In realtà si tratta di una semplice, per quanto intensa, applicazione di energia corrente, che non testimonia le strutture essenziali e peculiari di un anima.
In alcuni casi, a volte commoventi, scopriamo che tali energie si sono rese disponibili in seguito ad eventi personali e a volte drammatici, i quali hanno sprigionato un istinto di riscatto. Ma nell'opera, poi, non troveremo ne' la testimonianza di tali eventi (come nel caso del I tipo), ne' la traccia essenziale di ciò che motivò profondamente questi stessi eventi (vedi il caso del II tipo). Piuttosto, si potrà spesso parlare di rimozioni, spasmodici allontanamenti di materiali sgraditi, con relativo spreco energetico attinente.

In generale, tra gli autori di questo tipo, potremmo inserire tutti quei registi e operatori che trovano il "contatto con sé stessi" in altre attività della loro vita.
Ma qui non vorremmo occuparci dei professionisti. Bensì di autori, cioè di persone che, a grandi linee, vogliono costruire la propria identità attraverso l'attività in questione (la cinematorgrafia) rendendo conto a se stessi e agli altri.
E un autore del I tipo, è un autore che a volte, pur di realizzare la propria identità agli occhi del mondo, rischia di dimenticare se stesso.


II Tipo

È senz'alto il fenomeno che più ha caratterizzato il mondo degli autori di "video indipendente", almeno fino agli anni '90.
Trattasi di autori che, abbracciata la possibilità di rappresentare se stessi tramite il video, hanno sviluppato una serie di adattamenti peculiari, tesi a mantenere vivo un mondo parallelo a quello reale, ricco di rapporti e significati personali, non necessariamente in contraddizione con l'esterno.

Nell'ambito della loro sfera creativa, gli autori hanno portato avanti, mettendola in scena, la loro lotta per essere e venir a capo di se stessi.
A volte si è parlato di "psicodrammi in video", specie per autori che raccontano storie particolarmente autobiograficge, producendo, ad un occhio attento, "sempre lo stesso film". In realtà, il concetto di psicodramma va ben oltre la tipologia suddetta, e rappresenta una casistica da analizzarsi in altre sedi.

Ciò che unisce questi autori è semplicemente, e anzitutto, la necessità di rapportarsi ad un mondo personale, il quale è una trasfigurazione, idealizzata, del mondo reale.
Questo atto di mediazione corrisponde alla creazione video. Generalmente, di una fiction. Ma anche in ambito videoart, è facile trovare autori che hanno reinterpretato "astrattamente" immagini, gesti e cose legate concretamente alle proprie esperienze più o meno traumatiche.
Nel caso della forma-diario, è un testo narrato a fare da guida. L'autore testimonia, in modo immediatamente comprensibile, le sue impressioni ed esperienze personali.

Ma i casi più interessanti sono quelli di certi autori di fiction, i quali hanno sviluppato adattamenti particolarmente complessi e stratificati. Mentre a molti autori del I tipo può bastare acquisire un'immagine in un computer e manipolarla per qualche ora, un regista del I tipo è "costretto" ad attivare una macchina produttiva ben più complessa, quella della fiction, con grande spreco di mezzi e di tempo.
Per ritrovare se stesso e/o venire a capo di fatti il cui ricordo comporta disagio, l'autore è costretto a rappresentarli in video. Come se la fiction fosse una concretizzazione di un 'evento (3) il cui ricordo, a questo modo, viene inchiodato, fermato, e conseguentemente addirittura espulso. Non si tratta dunque di rivivere semplicemente l'evento, ma anche di sublimarlo "pietrificandolo".
Più che esser mossa da scopi terapeutici, come nel caso dello psicodramma, questa attività sembra spesso determinata da un disagio profondo, forse da una nevrosi. In altre parole, essa può essere addirittura peggiorativa, o per lo meno il sintomo di un peggioramento.
L'autore, un po' come un serial killer, deve morbosamente ricostruire le circostanze di particolari eventi traumatici per poter "espiare il suo non-essere". Ma, rappresentando comunque il suo Sé, è al contempo vittima e carnefice.
Tuttavia lo sforzo concreto ed e il rischio personale valgono spesso la pena, perché, parlando di se stessi senza censure e acquisendo una sempre maggior lucidità, si sviluppa un'intelligenza intuitiva e si regala al mondo nuovi punti di vista su problematiche collettive.

Ben lungi da estremismi, un atteggiamento del II tipo è presente in molti autori che mescolano elementi di vissuto personale ai soggetti più svariati, con misura e pudore.
Nelle opere di questi autori si assiste alla rievocazione dei medesimi fantasmi, alleati e antagonisti che forgiarono l'essere dell'autore. Spesso, quest'ultimo è presente come attore e come protagonista, e sarà facile ritrovare tracce del suo Sé in altri personaggi o cose.
Organizzati in un mondo o "limbo peculiare" (4), questi elementi riflettono un mondo idealizzato che comunica con l'esterno grazie alla telecamera stessa. Alcuni autori di questo tipo, sfruttano la camera quasi come un mezzo di "autotrasporto" per lanciarsi, nel modo più veloce possibile, in una dimensione altra. È il caso di molti autori "trash" o "undergorund" che, al di certe pose estremistiche, praticano essenzialmene un'evasione dalla realtà quotidiana.

L'autore del II tipo, che sia un regista, un artista, un animatore, concentra gran parte delle sue aspirazioni narcisistiche sul momento di visione delle sue stesse opere, che riosserva spesso, da solo o con le persone care, vivendo una sensazione di completezza e di reintegrazione a se stesso.
Nella visione dell'opera l’autore trova una costante sorgente di energia, forse proprio perché essa contiene, sublimati, gli eventi reali ai quali costui fu costretto a reagire.
Per rievocare, aggiornare ed integrare queste energie, l’autore tornerà ben presto a ricreare le stesse circostanze produttive di un tempo. I traumi sublimati nella fiction, si legano spesso alla creazione video stessa, e rimandano a circostanze di passate creazioni video amplificando la sfera creativa dell'autore.

III Tipo

Come nel caso degli autori precedentemente descritti (II tipo), questi artisti non possono fare a meno di trasmettere la propria vitalità peculiare nel corpo dell'opera. Ma invece che farlo in modo diretto e letterale, raccontandosi, compiranno un atto di sublimazione più complesso, riferito ai modi della rappresentazione.

Invece che rappresentarsi, ad esempio, come persone all'interno una fiction, questi artisti compiono un passaggio ulteriore nel percorso dell'adattamento a sé stessi. Essi ndividuano degli equilibri, dei "rapporti" che sentono particolarmente vicini al loro animo. Le loro abitudini creative si annidano nell'ambito di questi "rapporti". Così, diviene quasi automatico riorganizzare, in base ad essi, gli elementi che compongono l'attività artistica. Ordinare questi elementi secondo il proprio "stato d'animo", risulta prioritario rispetto a molte delle esigenze e suggestioni mondane.
L'attenzione si sposta, così, dal "contenuto" alla "forma", e si comincia ad esprimere il Sé attraverso il linguaggio specifico della cinematografia.

L'autore si concentra sulla gestione delle diverse qualità che compongono l'opera, caratterizzandole secondo i rapporti peculiari del suo animo, e sintetizzando uno stile originale. Fotografia, effettistica, montaggio, sonorizzazione, e persino colorimetria e postproduzioni varie, salteranno agli occhi per le loro trame originali, a volte personalissime.
Soluzioni inedite per la composizione del quadro, con fascinazioni simmetristiche o discontinue, contraddizioni interne all'immagine, o forti contrasti o sovraesposizioni; effetti sofisticati, organizzati in tessuti di rimandi peculiari; suoni di commento che si incuneano tra sottofondo e presa diretta, ritmi di montaggio svariati, veloci o lentissimi, variabili e imprevedibili, lineari o "verticali"; ma anche, perché no, soluzioni di sceneggiatura singolari e coerenti.

Un autore del II tipo, per realizzare un effetto adatto a rappresentare il suo "dramma interiore", utilizzerà operazioni tecniche e linguistiche collaudate a livello di massa. Un autore del III tipo, invece, cercherà una soluzione originale, una drammaturgia personale, per narrare fatti che non riguardano necessariamente il suo io.
L'autore del III tipo si riconoscerà proprio per questa sua attività di ricerca peculiarmente legata al mezzo espressivo. Per utilizzarlo in modo personale, sarà costretto prima a liberarlo dai significati più stereotipati, rendendolo ad una sua originaria "apertura" funzionale; il video (in quanto tale) contraccambierà il favore, incoraggiandolo (in modi spesso misteriosi) e mostrando nuove soluzioni intuitive. Infine, probabilmente, l'autore attribuirà nuovi significati alle qualità dell'opera, producendo le basi di una inedità immobilità.

Non dobbiamo però confondere questo caso definito del "III tipo" con il caso di chi, pur affascinato dalla tecnica e dal linguaggio, non ha osato nessun coinvolgimento tra l'opera e un'indagine su se stesso (cosa che, piuttosto, tende ad evitare).
L'Italia pullula di autori di grande capacità e consapevolezza nell'uso del linguaggio e della tecnologia video. Ma, per motivi legati alla loro formazione, o per scelte di vita, essi non trasformeranno questa esperienza in un'attività di autoconoscenza (ad esempio, nel senso psicologico o esistenzialista).
Esistono persone capaci d'interrogarsi ore ed ore sulle singole qualità fotografiche di un'immagine, praticando soluzioni tecnologiche ed artistiche diverse; ma, nell'ambito diquesta attività, l'obiettivo principale resterà il miglioramento dell'opera a pro del suo maggior successo possibile, internamente ad una scena, o un mondo. La passione, pur resa legittima dalla e-motion e dalle implicazioni del thymos, è intellettivamente dettata dalla speranza di un successo contestuale. E per realizzarlo, si deve tener conto anzitutto dei significati, più o meno standardizzati, che quel contesto attribuisce alle svariate soluzioni componenti un'opera video.
In certi casi, la creazione diviene sempre più un lavoro di correzione "nevrotica": c'è ancora qualcosa che è possibile migliorare per ottenere il miglior risultato possibile, e legittimare le speranze. C'è la necessità di apportare questa o quella correzione perché, l'essenziale, è ottenere un risultato il più possibile definito.
Così, l'autore ci parla comunque "dei suoi sogni", ma in un senso diverso da quello dell'autoconoscenza oggettiva: Ci parla della sua necessità di riuscire, e della sua vocazione alla conferma contestuale. Ci parla dell'io, piuttosto che del sé.

Per l'autore del III tipo, la creazione tende ad essere comunque il centro dell'opera. Per quanto possa verificarsi una sorta di nevrosi, ciò che sta tra l'idea e il prodotto finito non verrà mai considerato un semplice "lavoro", o un insieme di strumenti e strumentalizzazioni possibili. Il mondo della creazione, piuttosto, tenderà a corrispondere ad un universo vivo di simboli.
L'autore del III tipo, per convinzione o per intuizione, vuole rappresentare una particolare articolazione tra visibile e non visibile, tra sensi evasi ed inevasi. Qualcosa che ha trovato in se stesso, ed è ricercabile in ciascuno di noi. Qualcosa di vivo, che gode di luce propria, anche se non nega necessariamente il mondo comune.

   
IV Tipo

Un autore del III tipo, nonostante riesca a imprimere nell'opera una vitalità peculiare e spesso irrefrenabile, produce comunque qualcosa di definito, di fissato nel tempo e nello spazio. Benché si possa riconoscere nella sua ricerca dei valori esistenziali specifici e personali, essi si manifesteranno appunto nell'opera, più che pubblicamente nel proprio essere o nel proprio corpo.
Nel caso di autori particolarmente evoluti, c'è invece una drammatizzazione radicale dell'atto rappresentativo. La creazione viene liberata dall'ossessione dell'opera finita, che è un po' la sua fine stessa. Ad essa vengono attribuiti significati ulteriori, o nessuno; ed è lasciata per così dire "aperta".

Ecco la creazione video come luogo di "apertura". Non si tratta più di una fase intermedia e necessaria alla realizzazione di un opera in qualche modo funzionale, ma è l'opera essa stessa. Essa può ricordare un "laboratorio" nel senso teatrale, dove vengono sperimentate le diverse soluzioni possibili e nessuna è mai definitiva, così che "la sperimentazione della sperimentazione" diviene l'autentico modo di essere. Si ricrea un tempo ciclico dove affiorano rischi inediti per gli altri autori; come quello di creare nuove liturgie e formalismi esoterici, o come quello, sempre vivo e per qualcuno eccitante, della paranoia.
I rapporti che uniscono le persone e le cose della creazione, diventano i rapporti di un piccolo contesto celebrativo, e si pongono in analogia con il modo di essere dell'autore nella sua completezza, nel suo Sé.

Ciò che caratterizza questi eventi, è il sentimento di catarsi che può provare lo spettatore, e quello di immedesimazione estatica che prova il partecipante. In parte, e per motivi analoghi ad uno spettacolo di teatro sperimentale, si può vivere questa esperienza con il vijng. Qui, il momento creativo, è il montaggio, vissuto in tempo reale e appunto ciclico.
Tuttavia dobbiamo segnalare come, nel caso appunto del vijing, i fini della creazione siano spesso ben lungi dagli "oggetti" posti in questo testo.
Le occasioni di maggior evidenza e conferma di questa tipologia, ci vengono forse dai casi rarissimi in cui è la fase di ripresa ad essere vissuta come un evento rituale.
Questa prospettiva, che nel grande cinema è forse tanto inconscia da divenire ingestibile, ha la possibilità di manifestarsi coscientemente e specificamente nella sfera del video, fino ad una autonomia quasi totale.
Così, gli elementi del rito divengono: la telecamera stessa, il monitor, i proiettori e il resto del profilmico; un particolare modo di lavorare, particolari rapporti o passaggi che si sviluppano tra i partecipanti, o semplicemente tra l'autore e la sua vocazione, magari sublimata in elementi di vario genere.


Precisazioni e propositi

Le tipologie espresse sono ancora tutte da collaudarsi, e rappresentano una proposta legata ad una prospettiva specifica che, a qualcuno, risulterebbe addirittura incomprensibile.
Tra l'altro dobbiamo ammettere che, ad esempio nel caso degli autori del III tipo, sarebbe difficile portare esempi nitidi; per il IV tipo, invece, saremmo costretti ad esulare lievemente dal mondo del cinema indipendente, spostandoci forse sul mondo del teatro. Penso ad esempio a certi video di gruppi d'avanguardia, o progetti videoart particolarmente estrosi.

Le tipologie date, per quanto a tratti rarefatte, aiuteranno però ad interpretare, in una chiave di lettura inedita ma calzante, l'ambiente del video creativo. La' dove distinzioni mai chiarite come "videoartista", "videomaker", "regista", "autore" ancora creano fraintendimenti, proprio come le suddivisioni in generi e sottogeneri: "video", "videoart", "corto", "millimetraggio", "cortoweb", oppure "trash", "avanguardia", "indipendente", "creativo", "solispisitico", "underground", "alternativo", "altro", "non convenzionale", "non professionale", "non fiction"…tutte distinzioni che, pur cercando di prendere le distanze dal cinema commerciale, partono comunque da un suo riconoscimento e ne sono determinate e dipendenti.
Qui, nello studiare il video, cerchiamo di delinearlo come universo di possibilità peculiari, dove l'autore ha anzitutto una responsabilità verso se stesso, e deve ogni giorno scegliere a quale mondo riferire. Tra questi mondi, è compreso quello dela sua anima: insondabile, pericolosamente grande, ambiguo, e per certi versi inarrivabile.

Chi sta seguendo con attenzione questo percorso teorico, avrà già capito che, infine, è sugli autori di IV tipo che finiremo per concentrarci. A costo di praticare una sorta di "utopia".

   

Note

1) "Una notte vera" di Lauro Crociani, raccontava in modo semplice e diretto la storia di un uomo che vede suo figlio solo una volta ogni due weekend. I titoli del video erano scritti su fogli di carta quadrettata, e ripresi al volo. I rallenty erano eseguiti con il vcr, ed il sonoro era un brano del Banco del Mutuo Soccorso, sovrascritto in audio dub. Allora, ciò che contava era l'ispirazione, e la nitidezza dei contenuti. Una forma sciatta ed amatoriale permetteva, implicitamente, di esaltarne la naturalezza. Oggi quel video è quasi irrecensibile, e la gran parte degli autori e spettatori lo considererebbe patetico. Osservazioni del genere si potrebbero fare per certe opere di Angelo Tantaro, benchè più evolute concettualmente; una concettualizzazione che oggi, per ragioni ulteriori, troverebbe ben poco terreno fertile, sia trai critici sia tra gli spettatori.

2) Molti, in proposito alla II e III tipologia descritta, potranno ritrovarsi facilmente nell'idea classica di "contenuto" e "forma".

3) L'evento può essere un fatto realmente accaduto, ma più generalmente si tratta di un fatto immaginario o simbolico, che ad un attenta analisi svelerà l'azione passata o presente di agenti concreti. Una sorta di"immaginazione attiva".

4) "Limbo peculiare" è un concetto sfruttato dallo psicoanalista e filosofo Ronald Laing, per rappresentare la condizione entro la quale agiscono gli isterici. Si tratta, ovviamente, di una estremizzazione relativa al caso del "II tipo".



 

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