Il video come sfera creativa
Nel testo precedente abbiamo messo a fuoco la possibilità teorica di una connessione tra il fascino dell’immagine elettronica e la profondità dell’anima del suo fruitore. Valutando, in modo particolare, la possibilità che questa interrogazione possa rendersi indipendente dal "mondo dell’arte", o "del cinema", o "della tv", o quant’altri.
Attraverso l’esempio del presunto e preteso rapporto storico tra alchimia e videoart, abbiamo evidenziato una mancanza nella conoscenza pratica di questa connessione. E, di conseguenza, la necessità di un’interrogazione più mirata.
In particolare, si è notata la difficoltà a trasformare quello che si presenta come una "mera fascinazione", in un'occasione di oggettiva strumentalizzazione dei simboli della tecnologia video (i quali, già ad una prima conoscenza, mostrano la loro evidente familiarità con l'anima dell'autore) mirata alla conoscenza ed alla rigenerazione dell'esserci.
La nostra strategia, in assenza di una continuità di contributi analitici di tal genere, dovrà indirizzarsi ancora una volta alle strutture essenziali della fascinazione sudetta, nonché del legame che si sviluppa, attraverso modalità inconscie, tra autori e simboli della tecnologia video.
Così, nel tentativo di avvicinarci al nucleo del fascino dell’immagine elettronica, la nostra strategia sarà quella di studiare coloro che hanno legato alle immagini gran parte della loro stessa identità: gli autori di video.
Non ci interessa che siano artisti, registi, tecnici, montatori, vj o quant’altro; ma ci interessa il ruolo che il video ha assunto nel loro rapportarsi al rispettivo "mondo". Attraverso questa analisi, scopriremo anzitutto come, quanto e quando la prospettiva intra-mondana ha dissolto la possibilità di un utilizzo lucido del video nel senso della connessione con le profondità del proprio essere.
Osserveremo come, il concetto stesso di mondo sia stato malridotto, e che la prospettiva oltre-mondana, apparentemente utopica, corrisponda probabilmente all’intuizione dell’essenza del mondo stesso. Intuizione nella quale la ricerca in video può avere un ruolo determinante.
Il Video come stile di vita: gli artisti del video
L’essere umano, come tale, tende a sentirsi posto innanzi al mondo (1) più che essente parte di esso. Alcune persone vivono questo dato con maggiore partecipazione, e spesso con angoscia. Tra queste, alcune sono autori di opere artistiche; e tra questi autori ci interessano quelli che hanno a che fare con il video.
Per partecipare al mondo, l’autore pone tra sé e il mondo, dal quale è pregiudizialmente scisso, una telecamera (2). A questo modo, produce un elemento plastico che è l'opera video, la quale può corrispondere ad un’impresa di mediazione mai definitiva col mondo, oggetto vivo e cangiante. Infatti, di questa attività continua, i video dell’autore sono solo impronte temporanee.
Nel caso della creazione video, la creazione è spesso un modo di partecipare al mondo, ancor prima di un modo per rappresentarlo o darne una visione (cosa che, ovviamente, vale anche per le altre forme d’arte). Questo stato di necessità, produce uno stile di vita particolare che consiste nella ripresa e/o nel montaggio di immagini video in base a flussi produttivi dotati di leggi o riti definibili. Ma è significativo il fatto che, generalmente, l’autore non presenti consapevolezza, o interesse, per il significato essenziale della sua attività, la partecipazione. Anzi, costui sarà il più delle volte convinto di creare (ad esempio cortometraggi) per partecipare ai festival o presentarsi alle tv, o a qualche critico, o per fare esperienza, o addirittura per psicoanalizzarsi.
In realtà, anzitutto e da un punto di vista più essenziale, l’autore sta lavorando ad un'incostante attività diplomatica tesa alla salvaguardia della propria identità.
Ovviamente, da questo esempio potrebbero essere sottratti coloro che lavorano anzitutto, e puramente, come professionisti. Ma, nel caso dei dilettanti e comunque degli “artisti”, le analisi potrebbero convergere su questo punto: l’autore sta cercando di salvarsi con il video, lavorando sui rapporti che legano il proprio io al mondo, determinando un processo di identità.
Quello che caratterizza coloro che cercano di salvarsi con il video da coloro che operano con altre forme espressive o attività artistiche varie, è un dato di rilievo non indifferente. Nel caso dell'autore di video, gli strumenti della creazione digitale si pongono effettivamente tra sé e il mondo. Telecamera e computer reinterpretano, o meglio anzitutto filtrano quello stesso mondo al quale sono rivolti gli sforzi diplomatici dell’autore. Il flusso delle immagini, ed il flusso dell’identità, si sviluppano sulla stessa direttrice che è sì mentale ma, al contempo, concretizzata negli strumenti.
Tutto questo, ovviamente, ha ripercussioni simboliche e fa dell’attività dell’autore qualcosa che è difficilmente liberabile dal gravare di una profondità. Questa profondità, come si è visto, è relazionata all’essenza stessa dell’immagine elettronica: al suo fascino, e alla direttrice sulla quale esso si svolge.
Qualcuno ha annotato alcuni esempi in cui, il filtro degli strumenti del video, sembra prendere importanza in modo fin troppo concreto:
Quando facciamo una passeggiata, e per raggiungere un degno connubio con la natura siamo necessitati a riprendere il paesaggio, sapendo che probabilmente nemmeno monteremo queste immagini... Quando, al compleanno di un figlio o un parente, un po' straniti dall'evidenza del passare degli anni, ci nascondiamo dietro la telecamera con la scusa di documentare l'evento… Quando, riprendendo una conferenza, un concerto, un matrimonio, non ci vergognamo di compiere movimenti azzardati, o di occupare una posizione sul palco, perchè stare dietro il mirino, in qualche modo, ci "potregge"… Quando, nell'ambito sessuale, preferiamo mediare la presenza concreta di un partner con la sua immagine riflessa da un monitor… (0)
Le situazioni sopra descritte, che potrebbero sembrare molto diverse tra loro, sono accomunate da un fenomeno di chiusura/apertura che si svolge sulla direttrice del video, ridimensionando spesso i valori della realtà, e mostrando il mondo come circuito di affetti che esulano dal dato materialistico.
Al di la di situazioni del genere, in cui particolari fenomeni si svolgono inconsciamente, è possibile sviluppare una maggiore consapevolezza e familiarità con la profondità del video. In casi eccezionali,
l'accettazione di questo stato di cose può produrre uno stile di vita lucidamente assunto. Questo può avvenire nel caso di attività artistiche in cui si sviluppi un istinto alla ricerca particolarmente pronunciato; o che scaturiscano da una pronunciata introversione; o in senso negativo, da una paranoia tanto sviluppata da dover essere ammessa e gestita (in questo caso, l'attività artistica aiuterebbe a trovare la via della “guarigione”, o meglio la mediazione ideale tra sé e il mondo).
La mediazione, in video
Carattere evidente di questo stato di consapevolezza, è il rapporto particolare che si instaura tra l'artista e l’opera tramite la quale viene portata avanti la mediazione.
Scopriamo infatti che il video digitale è uno dei pochi medium che permette un lavoro di mediazione costante e volendolo, mai definitivo. Nell’estremizzazione di questa possibilità, troviamo un valore essenziale, ad oggi quasi completamente sommerso.
In sostanza, su questa prospettiva, l'opera deve poter essere modificata in base alle necessità, ed anche a distanza di tempo. Non esiste "final cut", nel video. Ad esempio cortometraggi già presentati a festival e critici, dopo qualche anno devono poter essere messi in discussione e modificati, per la necessità di recuperare e ridefinire una passata modalità di mediazione col mondo. Oppure, opere il cui montaggio è iniziato già da mesi, potranno restare per altrettanto tempo nel computer, fino a che sarà necessario superare o comprendere particolari eventi e sentimenti non sempre legati ai contenuti cinematografici.
A volte, la creazione di un nuovo titolo e l'introduzione di nuovi materiali, è un modo per continuare la stessa opera di mediazione.
Certi autori, dunque, girerebbero mille ed un solo video, perché appunto l'opera è un impresa mai definitiva: il mondo sarà sempre in parte inevaso, e cangiante a seconda dei momenti e delle angolazioni dalle quali si cerca di comprenderlo e parteciparvi. Nell’arco di pochi mesi, si cambia, e certe opere sempre aperte, stanno lì apposta per cambiare con il loro autore. Il video, qualora sia lo strumento di tale operare, aiuta più di altri per la sua incredibile mobilità.
In base a questa interpretazione del video la causa autentica della produzione è il desiderio di rapportarsi ad un mondo. Apparenze di questo rapportarsi sono la prospettiva della fiction, la videoart, il livemedia, e altre, dotate di caratteri specifici ed interessanti, ma secondari rispetto ai caratteri del video in quanto tale.
Il Video, inteso come sfera d’azione, ha dunque caratteri quali la non definitività dell’opera, o la produzione seriale (spesso, il risvolto produttivo della precedente); ha il carattere (ancora inevaso) della connessione tra flusso di identità e flusso di immagini; ha il carattere di quello che potremmo definire intervento analogico, perché grazie alla connessione suddetta, intervenendo sulle immagini si interviene sul mondo (attraverso la modifica della propria identità); ha dunque, inevitabilmente, il carattere di un estraniamento lucido, perché la possibilità della modifica indiretta denuncia l’esistenza di una distanza di un mondo.
Tutti questi caratteri, fanno parte del video per come lo stiamo interpretando, e solo in secondo luogo accomunano i diversi ambiti legati al video (artistici e non).
La consapevolezza dell'esistenza di questo rapportarsi, ci aiuta a concepire il video come modo di essere, piuttosto che come modo per significare. In una situazione ideale, piuttosto che inseguire inconsciamente la partecipazione al mondo, l'autore approfitterà coscientemente della sua posizione per metterlo costantemente in discussione, per decostruirlo, rifondarlo.
Il Video come sfera d’azione
Ciò che definiamo tecnicamente "video" è, in questo testo, un particolare genere di cinematografia. Per cinematografia, qui intendiamo l'idea della creazione e visione di immagini in movimento, indipendentemente dalla loro natura contingente (che sia fotografica, magnetica, digitale o altro).
Ma quando intendiamo video in senso più generale, esattamente a che cosa ci riferiamo? Forse al mezzo tecnologico? Forse ad un'estetica precisa? O forse ad una certa dimensione e sostanza delle immagini? O ad un certo rapporto tra artista e mezzo espressivo?
E' evidente che un insieme di fattori di vario genere rendono la creazione video ideale per una trattazione specifica degli oggetti dell’indagine. Questa trattazione corrisponde ad una sfera d’azione, intesa come ambito di competenza particolare nei confronti degli oggetti suddetti.
Ciò che importa qui della distinzione video, è la sfera del video. Quasi tutte le cose della cinematografia appartengono ad essa, ma in essa appaiono sotto una luce diversa da quella che le illumina in altre sfere di azione cinematografica (cinema, tv, animazioni, v-jng, web, videogame...).
L'individuazione di questa sfera è ad oggi operazione non semplice, e la suddetta luce, cioè il minimo comune denominatore di ciò che si pone come video, spesso ci sfugge, confusa tra infiniti altri bagliori.
Interrogando (ad esempio) giovani autori di cortometraggi sulla creazione video, si sentiranno spesso ribadite affermazioni come: "c'è maggiore libertà". O, a seconda dei casi: "si può sperimentare di più, il digitale costa meno della pellicola, si può lavorare con facilità in diverse condizioni luminose". Ma si converrà che queste, anzitutto, sono facilitazioni che rendono meno stressante il lavoro di "produzione cinematografica".
La suddetta libertà di creazione, è sì attualmente sfruttata, ma raramente per praticare la sfera d’azione specifica del video. Bensì, essa è sfruttata per riproporre con maggiore facilità gli assunti di altre sfere della cinematografia, come ad esempio la tv o il cinema. Un ragazzo, oggi, tramite il mezzo video, ha dunque la possibilità di fare cinema o tv "con maggiori libertà, sperimentando, spendendo meno, lavorando con facilità in diverse condizioni luminose, ecc.". Ma con video intendevamo, forse, un'idea di ricerca che esiste indipendentemente dalle differenziazioni tecniche, e che tutt’al più questi aspetti tecnici hanno reso più evidente. Invece, siamo fermi all'identità tra video e mezzo video, come è successo per tanti altri mestieri e attività sempre più oggettivate nella conoscenza del mezzo, asservite alle necessità della "produzione".
Di una cosa siamo certi: le facilitazioni tecniche, la libertà d'azione, sono ormai un dato evidente per l'artista. Vantarci di esse non aiuta a delimitare il nostro ambito di ricerca e sbandierarle, ormai, da un punto di vista esistenziale può dare l'idea del nascondersi dietro una sorta di alibi.
Proviamo ad immedesimarci, allora, in un azione di ricerca, invece che in un'azione di realizzazione (produzione) di un opera già precedentemente progettata.
Abbiamo i nostri strumenti in mano, ma ancora sappiamo ben poco sull'oggetto della nostra indagine: abbracciamo la telecamera (o il computer) proprio per interrogarlo, per sapere qualcosa di più su di esso.
Che significa per noi, per le nostre movenze, il fatto di lavorare in video? Che cosa poteva dare il video, che non potevano e non possono dare altre forme di cinematografia? Ad esempio: la serenità innanzi al margine di errore; il cinema, storicamente permette difficilmente questo stato d'animo. Il video, invece, permette di collezionare una serie inesauribile di tentativi, cioè di pensare all'opera già facendola. Può escludere, in altre parole, la fase di elaborazione letteraria, e addirittura quella esclusivamente mentale.
Il video permette addirittura di cominciare un’opera senza sapere ancora niente di essa, del suo sviluppo, salvo un’immagine, o un’impressione iniziale, che come un filo d'Arianna suggerirà i movimenti seguenti.
Questi movimenti, allora, molto probabilmente non avranno un'andatura lineare ma piuttosto un’andatura più complessa. Idealmente: a contenerli non basterà una linea di produzione, bensì uno spazio, un territorio di creazione ancora parzialmente inesplorato. Qui si gioca la differenziazione tra le diverse sfere di azione cinematografiche.
Il Cinema, non dà la possibilità di affrontare un percorso di ricerca che si rivelerà errato o fuorviante, e quindi tornare indietro, riprovarne un altro diverso, rivedendo poi sublimato l'intero tragitto nel corpo definitivo dell'opera (3). La logica della cinema, vorrà che il percorso, lo spunto fuorviante sia tagliato (scremazione di sceneggiatura, o di montaggio), e che si passi direttamente al successivo.
Nel video, utopicamente, la concezione e la realizzazione possono coincidere, o perlomeno possono essere sincronizzate; questa è una conseguenza estrema di quella libertà che il video permette di prendersi sulla cinematografia in generale.
La sfera del video è l'unico ambito d'azione cinematografica che permette effettivamente di ricercare per immagini, e sulle immagini, usando materialmente le immagini come termini di ricerca, esattamente come altre forme di ricerca usano le parole, i suoni, ecc.
Nel cinema invece la ricerca è confinata a prima, e la creazione d'immagini è modellata su questa ricerca precedente, che però si è svolta mentalmente, dialogicamente, letterariamente, forse anche intuitivamente ma non sfruttando concretamente le immagini come termini per questa ricerca (4).
Concentrandosi sul momento della ripresa ma estendendo subito questo valore al momento del montaggio, suggerisco che l'opera video, definitivamente idealizzata, possa corrispondere, utopicamente, ad una proiezione di tutti i pensieri e le scelte, artistiche e tecniche, per le quali ha optato l'artista durante la creazione. In essa vige idealmente la possibilità di una corrispondenza tra ogni pensiero che naviga nella mente del creatore ed una rappresentazione o operazione videografica. C’è insomma la possibilità di pensare per immagini (per così dire), e favorire la manifestazione di nuovi linguaggi.
Sviluppata nel districarsi di percorsi a volte inutili, spesso non solo apparentemente caotici, capaci di contorcersi su se stessi e spesso intuibili solo da chi ha familiarità con questa sfera, si snoda la creazione che corrisponde al video.
I caratteri fondamentali del video, da questo punto di vista sarebbero dunque: il districarsi della creazione in uno spazio non lineare; l’immaginosità della ricerca, che si basa su unità immaginali altrettanto in-lineari; la fallacità di ampi tratti di questa ricerca, che sono annessi nel corpo stesso dell’opera. Il districarsi, l’immaginosità, la fallacità della creazione e chissà quanti altri suoi caratteri, costituiscono l’essenza del video inteso come sfera d’azione.
Tornando all'idea iniziale, ossiamo immaginare la creazione video, idealmente intesa, come una plastica in continuo adattamento, corrispondente ad un atto di mediazione tra due parti autonome e mobili organizzate nell'ambito di una dualità.
L'equilibrio di cui il titolo è impronta, non potrà mai essere definitivo, pena l'annullamento della vitalità dell'intero sistema, cioè della sfera. Particolari titoli permangono come impronte di particolari momenti d'interazione, ricostituendo un equilibrio tra le parti che fu valido in un dato momento e solo in quello. Ma in realtà, l'opera probabilmente continuò.
Fare consapevolmente video, è legarsi alla consapevolezza (o in generale alla pratica) di una scissione tra sé ed il mondo. La si accetta come dato di fatto.
A volte, apparentemente, si cerca di approfittare di questo stato in modo strategico, per scrutare e svelare l’esterno (5). In realtà, l’attività che portiamo avanti ha un carattere affettivo tale che non si può parlare ma di un esterno che sia definitivamente esterno. Tuttavia, nella sfera d’azione del video, il gioco esiste perché c’è questa divisione di parti, che può essere ereditata non coscientemente dalla realtà di cui facciamo parte (siamo abituati a pensare il nostro io come qualcosa di scisso dal mondo), o di cui ci si può appropriare lucidamente.
Nella sfera del video, dato il suo carattere essenziale di attività mediazione, o si è se stessi, o non si è in questa sfera.
L’esser sé stesso dell’autore è qualcosa che può dipendere addirittura dal suo permanere, per motivi ulteriori, in questa sfera. Sfera del video e sé stesso dell’autore non sarebbero dunque dei fenomeni scindibili. Nel parlare di questo pregiudiziale sé stesso, l’autore produce il suo lavoro di mediazione con il mondo.
Solo superando, attraverso il video stesso, l’idea spesso falsa che abbiamo del mondo, scopriremo una sfera d’azione più grande, che contiene la precedente, e che corrisponde ad un’attività di mediazione che è al contempo tra sé e sé stesso, e tra il mondo ed il mondo stesso.
Note
1) il mondo inteso come ente nella sua totalità; psicologicamente, il mondo terrestre delle passioni oggettive, e degli intrecci conseguenti.
2) O, conseguenzialmente, un computer.
3) Sia chiaro che non sto parlando dei percorsi di eventuali personaggi di una fiction, ma dell'elaborazione dell'opera da parte dell'autore.
4) Sia chiaro che sto parlando anzitutto di tendenze, l'una del video, l'altra delle arti dell'immagine in movimento in generale: ma in nessuno dei due casi una tendenza esclude tassativamente l'altra; certo, l'una è predominante sull'altra ma mai definitivamente.
5) Queste parti possono corrispondere, ad esempio, a i concetti di conscio e inconscio. Per fare un esempio concreto, dirò che tante opere hanno mediato, ad esempio, tra la personalità dell'autore ed il dubbioso atteggiamento critico riscontrato in una parte significativa del pubblico. D'altro canto, uno psicoanalista ipotizzerebbe che quei critici corrispondevano già alla proiezione di una parte dell'inconscio dell'autore.