Introduzione
Il fascino dell'immagine elettronica ed il concetto di mondo

 

Per comprendere l'essenza dell'immagine elettronica, ed il fascino delle opere ad essa attinenti, dovremmo forse portare l'interrogazione al di fuori della contingenza del "mondo dell'arte contemporanea", del "mondo del web" e "della tv", o del "mondo del cinema" (più o meno indipendente).
Questo portare fuori, sarebbe da operarsi nella prospettiva della ricerca di ciò che è universalmente valido, e che ora si manifesta in video e grazie al video.

In questa sede, non si vuol porre dubbi sul senso e sulla legittimità dei "mondi" sopra citati, le cui ragioni d’essere, più o meno sociali, sono indiscutibili. Altresì, vorremmo sottolineare che il confronto con un mondo, non è semplicemente un opzione che si presenta ad artisti in qualche modo emergenti dalla loro solitudine creativa; non è una via che si offre come alternativa ad un confronto personale con il divino; ma è piuttosto la condizione sine qua non del nostro essere; ancor prima delle condizioni fondanti il nostro Io.
Assumiamo dunque il postulato che non vi è un Esserci senza un mondo, pur sottolineando la necessità di una maggior consapevolezza riguardo al concetto di mondo (il quale implica senz’altro, al suo interno, la possibilità di una radicale solipsismo). (1)

Più che interrogarci sull'impiego dell'immagine elettronica all'interno di un "mondo" (domanda cara a qualsiasi artista emergente), potremmo interrogarci dunque su come il lavoro e la fruizione dell'immagine elettronica aiutino a comprendere ciò che è al fondamento del nostro esserci, e dunque della nostra capacità di aderire a mondi (e, forse, di generarne ulteriori).
La nostra proposta, implica dunque il collegamento tra l’interrogazione sulla natura del fascino dell’immagine elettronica e l’essenza di questa stessa immagine. E, in secondo luogo, localizza necessariamente questa interrogazione allo stesso livello in cui si gioca l’interrogazione sull’essenza del mondo, o di qualsiasi altro ente.

Onde evitare il fraintendimento, e prendere la distanza da facili asserzioni metafisiche, specifichiamo inoltre che per essenza non intendiamo qualcosa di astratto, ma piuttosto il modo di essere che preforma ogni ente indipendentemente dalla contingenza tramite la quale, per così dire, si mostra. L’essenza può corrispondere, ad esempio, all’idea pura dell’insieme dei rapporti, degli orientamenti e in generale degli scambi che avvengono internamente all'ente, coinvolgendo i suoi elementi e le sue frazioni; quell'insieme di rapporti che lo fa essere quello che è, ed avere il ruolo che ha, all’interno della nostra esistenza. L’essenza è intesa dunque come l’idea stessa che struttura un Oggetto o un mondo, ancor prima di ciò che, per così dire, riempie questa idea.
E' ad esempio probabile che, parlare di immagini elettroniche e dunque di montaggio video, possa avere a che fare anche con tali strutture e rapporti.


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Al fine di legittimare la suddetta proposta, facciamo un passo indietro, e torniamo ad analizzare le contingenze.
Proviamo a ripartire da un dato d’immediata esperibilità, e cioè la prima cosa che, sensibilmente, troviamo nell'immagine elettronica.
Ciò che accomuna l'immagine nel suo declinarsi ai diversi mondi di cui è più o meno protagonista, è un fascino facilmente avvertibile dalla maggioranza delle persone.

Questo fascino, è molto probabilmente collegato al fatto che un'immagine, è sempre un’immagine di qualcosa. E, in questo senso, opera per forza un'interpretazione di quella cosa. Oggi, tale interpretazione ha a che fare con l'elettronica e, ancora, con il digitale. Questo, al di la' delle operazioni estetiche o artistiche che ne sono naturate e le sono successive.
Su questa interpretazione preliminare, aderendo all'elettronica, si snoda oggi il mero fascino dell'immagine videizzata. Così come su altri nessi si svolse e svolge il fascino dell'immagine affrescata, dell’immagine scolpita e così via...
L’emanazione di questo fascino, si sviluppa nella direzione dell'osservatore secondo una direttrice stabilita tra l'oggetto dell'immagine  (ormai al di la’) e l'immagine stessa, indicando irreversibilmente una direzione e dunque una profondità (questa profondità, tra l’altro, accomunerebbe le immagini di ogni epoca nel loro essere icone (2).

Su questa direttrice, al di qua, è posto anche il sistema percettivo e in generale cognitivo dello spettatore, che diviene parte in gioco nella profondità del  sistema d’essere dell'immagine. L’immagine non può avvalersi di un al di la’ se non c'è un corrispettivo al di qua di essa. Non esiste un fascino dell’immagine senza uno spettatore affascinato.
Ma attenzione. Tutto questo, ammesso che sia valito, non lo è nel senso (mero) della presenza umana in un luogo tridimensionale destinato alla visione. Bensì, lo è nel senso dei rapporti che sono alla base di tale fascino. L’essenza dello spettatore è complice integrante alla costituzione dell’essenza dell’immagine. In altre parole: l’immagine non deve essere intesa come cosa concreta localizzata in uno spazio tridimensionale, ma come nucleo di un sistema di rapporti: come piccolo mondo, essa stessa.
In questo senso, si può dire che, essenzialmente, l’immagine coincide con il suo stesso fascino, più che con l'evento materiale della sua riproduzione.

Dunque, così come non c’è esserci senza mondo, analogamente stenta a verificarsi un'immagine senza esserci, e viceversa. Per “larghi tratti”, noi siamo l’immagine, e l’immagine è noi o, se vogliamo: il suo fascino e la nostra essenza sono combinati da un sistema di rapporti.
Così, nell'interpretare l'immagine come testimone di una qualche essenzialità o per lo meno di una profondità dell'esserci stesso, troviamo una traccia del fascino che la figura elettronica, di per sé, continua a operare su di noi: essa sembra alludere a qualcosa che ci riguarda direttamente, che ci chiama in causa.

Certo, affrontare in tal senso la questione dell’essenza dell’immagine e della sua videosità, significa affrontare un percorso ricco di pericoli: pregiudizi, rischi di fraintendimento e in particolare il sospetto che, dall'inizio alla fine, si stia blaterando "sulle più generali generalità".
Ma la necessità di un approfondimento sulla suddetta fascinazione, causa i travagli tecnologici e sociali attuali, si fa sentire sempre di più; per lo meno nell'ambito della dimensione esistenziale del sottoscritto.

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Il fascino dell'immagine elettronica, avrebbe dunque la qualità del connetterci agli altri ed a noi stessi sulla prospettiva della profondità.
Solo tendenze attuali, portano a tingere questa profondità di significati letterali. Ad esempio, il tanto rammentato vouayerismo che sembra aver contagiato interi popoli (insomma il Grande Fratello), forse è solo un caso di questa connessione.

L'interrogazione sul fascino dell’immagine, non consiste in un problema romantico limitato alla provincia italiana (3), ne' tradisce un approccio ancora ingenuo alla videoart (concetto inutile su questa prospettiva). Essa ha ache fare piuttosto ciò che accomuna la videosità in ogni sua manifestazione; ciò da cui, in un modo o nell'altro, sono passati tutti all'inizio della loro frequentazione del video, artisti e non.

La relativa attività di ricerca, dovrebbe dunque fondarsi sulla natura più recondita del suo oggetto. Senza che, i valori emergenti (valori che definiremo universali), siano modellati su quelli appartenenti al "mondo" dell'arte, o del cinema, o del web/tv, o altro.
Tale ricerca, più che analizzare i singoli "mondi" o muoversi al loro interno, dovrebbe concentrarsi sulla comprensione del modo di essere del mondo in quanto tale, nella convinzione che il video possa meglio o non peggio d’altre forme d’espressione introdurci a tale profondità.

E potrebbe concentrarsi, dunque, sul ruolo che gioca l’immagine elettronica stessa nell’ambito di questa comprensione, o addirittura di un'ulteriore generazione mondana.
Potrebbe, ad esempio, dedicarsi all’evocazione di quei sistemi di rapporti che fondano il modo di essere delle cose e delle situazioni, sfruttando le innumerevoli possibilità videografiche offerte dalla tecnologia.
O in altri sensi, ad esempio attraverso l’attività di un fictiongroup non professionale, potrebbe realizzare e/o consolidare un sistema di rapporti affettivi.
Attraverso un’attività di ricerca solipsisitica, invece, quegli stessi sistemi potrebbero essere declinati ad un lavoro che il ricercatore opera su se stesso.
Ma ahimè mai, o quasi mai, questi aspetti sono coscientemente all’origine delle necessità creative di chi opera in video.

Detto chiaro: chi si cimenta in una simile attività di ricerca, non dovrebbe essere bollato come artista, ne' come regista, ne' come designer o architetto, ma semplicemente come ricercatore in senso assoluto.
Questo potrebbe sembrare scontato, ma in realtà non lo è.
Riuscite, ad esempio, ad immaginare di mettere sullo stesso piano gli amici di un fictiongroup con un pool di scienziati che ricerca sulle nano particelle?
Eppure, sempre di ricerca si sta parlando. Qualcosa che, nel caso voglia esserlo, ha il diritto etmilogico di essere considerato serio ed oggettivo, e non semplicemente fantasioso o artistico.

 

Note

1) Sulle questioni legate al rapporto tra essere e mondo ed in particolare al concetto di esserci, rimandiamo alla lettura di Zeit und Sein di Martin Heidegger.
2) Su icone ed immaginosità, rimandiamo alla lettura di Fenomenologia dell'invisibile di Elio Franzini.
3) Il riferimento è a quella "videoarte" di stampo poetico ed intimistico che ha caratterizzato i programmi dei "festival di cortometraggi" della nostra penisola nel corso degli anni '80 e '90.


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