Pitigliano, città etrusca e "piccola Gerusalemme"
di Enio Pecchioni


Provenienti dal Lago di Bolsena, scendendo la strada che da Valentano ci porta a Ischia di Castro, Farnese e la Selva del Lamone, attraverso ripiani coltivati e pareti tufacee forate da innumerevoli grotte, risalendo lungo “tagliate di tufo” in un ambiente impervio e suggestivo, si giunge a Pitigliano.

La cittadina è ubicata su un'estesa rupe in posizione dominante; le costruzioni alzate lungo il ciglio della collina tufacea, formano una specie di muraglia continua finestrata a picco sul vuoto simile a una fortificazione dal grande effetto scenografico, un quadro rievocatore di tempi lontani nel quale il pittoresco si unisce al grandioso.
Abitata fin dalla preistoria (Cultura di Rinaldone,(1) III millennio a.C.), come dimostrano i reperti archeologici ritrovati nella zona, fu città etrusca e poi romana.

Non sappiamo se Pitigliano anticamente avesse un altro nome, perché nell’anno 753 d.C. avevano possedimenti in “TUCCIANUM IUXTA OPPIDUM SOANA” i figli di Walperto, duca longobardo in quel di Lucca. (2)
La prima volta che viene rammentata Pitigliano è in una bolla del Pontefice Niccolò II, fiorentino, diretta nel 1061 al Preposto del Capitolo di Sovana, dove in una lista di chiese si nomina la “CURIA PITILIANUM” che dimostra la presenza di un popolo.(3)
Nel Medioevo Pitigliano faceva parte della signoria degli Aldobrandeschi, dai quali passò poi sul finire del Duecento agli Orsini, divenendo capoluogo della Contea che da essa trasse il nome.
La prosperità della Contea Orsina cominciò col nepotismo di Niccolò III; gli Orsini divennero la più potente famiglia romana guelfa contro i ghibellini Colonnesi e crebbero sotto Bonifacio VIII e per la protezione di Carlo d’Angiò.

Intanto Pitigliano aumentava d’importanza ai danni di Sovana, cominciando a ospitare il suo vescovo e a sostituirla con la sede vescovile e il titolo di città.
Estintisi gli Orsini di Pitigliano, divenne dominio di Pietro Strozzi e poi di Cosimo I de’ Medici; nel 1604 entrò a far parte del Granducato di Toscana.
Quando entriamo in Pitigliano si ammirano subito due colossali arcate seguite da altre 13 più piccole dell’Acquedotto che fu fatto fare da Gian Francesco Orsini (1545) e nella Piazza della Repubblica si trova il vasto Palazzo Orsini, merlato, di fondazione trecentesca poi ingrandito nel ’400 da Niccolò II e modificato nel ‘500 da Niccolò IV, sempre della famiglia Orsini.

Entrando nel palazzo dal portale, si accede a una scalinata che ci porta alla “Piazza della Fortezza” con un loggiato interessante e un pozzo.
La via Roma, la principale arteria del borgo antico, ci conduce alla Piazza San Gregorio VII, ove a sinistra si prospetta la facciata barocca del Duomo dedicato ai SS. Pietro e Paolo, ricordato nella “Rationes Decimarum” della Tuscia all’anno 1274. Simpatico il possente campanile (35 mt. di altezza), già torre militare a tre ordini rastremati, il secondo munito di barbacani, il terzo con il campanone fuso nel 1726 durante il governo di Gian Gastone de’ Medici.

La chiesa è a una sola navata, con cappelle laterali. Interessante nel presbiterio in alto guardando a sinistra la grande tela di Pietro Aldi (1885) “Enrico IV a Canossa”.
In fondo a questa piazza si trova un grosso pilastro in travertino, rinascimentale, sormontato dall’orsacchiotto degli Orsini (1490).
Più avanti, tra vecchi e caratteristici edifici, raggiungiamo la chiesa di San Rocco (XVI sec.). La facciata elegante e ben proporzionata presenta nella parte inferiore quattro lesene corinzie e un portale in travertino, con ai lati gli stemmi degli Orsini e della comunità di Pitigliano. La chiesa a tre navate divise da colonne ioniche è curiosa per la pianta trapezoidale: le corte navate laterali si allargano dalla facciata al fondo, mentre la navata mediana, stretta e alta è di uniforme larghezza: Sulla parete absidale sono affrescati nove stemmi delle autorità politiche e alti prelati che in varie epoche hanno finanziato lavori di restauro.

Sotto il pavimento della chiesa di San Rocco c’è un vano scavato nella roccia, non si sa da chi né quando, che fu utilizzato come ossario.
Interessante il Vicolo della Battaglia uno dei più caratteristici della cittadina, ricco di scalette esterne per accedere alle abitazioni, in fondo al quale scendendo a destra si “gode” un bel panorama sulla Valle della Meleta.
Ancora più bello il panorama di Pitigliano dalla Madonna delle Grazie (santuario mariano) da dove si vedono tutte le case costruite sul ciglio della rupe e formanti una bastionata continua, simile a una fortificazione.
Interessante e da visitare il Museo Civico Archeologico ubicato presso il Palazzo Orsini.

A Pitigliano la vita è continuata fino ad oggi, assorbendo e cancellando le tracce del primo insediamento etrusco. Della città si conserva, presso la Porta Sovana, un tratto di mura etrusche in opera quadrata molto regolare che furono incorporate più tardi nella cinta medievale.
Le necropoli appaiano piuttosto numerose lungo il fiume Meleta e sembrano aver origine agli inizi del VII secolo a.C. con tombe a fossa, scavate nel tufo, con loculi laterali, a cui seguono le più diffuse tombe a camera. In queste i defunti inumati erano deposti in un tronco di quercia cavo, mentre gli incinerati erano sovente composti in vasi di forma allungata, dotati di un’ansa con una sorta di coppetta, che trovano confronto con reperti da Bolsena.

Tra i numerosi materiali di corredo sono stati rinvenuti, bacili d’impasto con statuette di animali, coppe ad anse ritorte, ceramica italo-geometrica a decoro bianco su rosso, che mostrano influenze dell’area compresa tra il lago di Bolsena e la Val Tiberina.
Questi contatti mostrano come Pitigliano, che rientrava nell’orbita vulcente, avesse un ruolo di controllo delle vie commerciali che si dirigevano dalla Valle del Fiora verso la Val Tiberina; l’altro più importante ruolo che esso svolgeva era quello di polo di aggregazione per i piccoli insediamenti agricoli del territorio circostante.

A giudicare dai corredi funerari, la vita si estinse a Pitigliano all’inizio del V sec. a.C., riprese debolmente in età ellenistica e continuò in epoca romana, come è attestato dal rinvenimento di tombe a cassa databili I/II sec. d.C.
A Pitigliano bisogna visitare le Vie Cave o Tagliate e i Cunicoli. Le Vie Cave sono impressionanti opere concepite con il particolare intento di sacralizzare speciali luoghi del territorio. Scavate e tagliate nella roccia lavica, profonde anche più di venti metri e larghe intorno ai tre, raggiungono la lunghezza di molte centinaia di metri, come la Via Cava di Fratenuti.
Chi scavò questi percorsi voleva aprire un “varco” di speciale natura e significato nelle viscere stesse della Madre-Terra, per riavvicinare fisicamente gli esseri umani viventi allo spazio infraterreno del sottosuolo, sede degli Dei e degli Antenati. Infatti, c’è un dato ricorrente, sono sempre ubicate presso una necropoli o la attraversano in tutta la sua estensione: percorsi sacri per processioni funerali e altre ritualità legate al mondo dell’al di là.

I piccoli cunicoli(4) a forma di “U” arrovesciato che si trovano a Pitigliano non hanno nessun senso apparente, se non, forse, di percorsi fini a se stessi.
Questi camminamenti sotterranei alti circa 180 cm, e larghi ca. 60 cm. che girano a gomito subito dopo l’ingresso e fuoriescono in una uscita contigua all’entrata, hanno le due aperture distanti 5/6 mt., mentre il percorso è più o meno il doppio.
Forse ricordano uno scenario religioso di culto, per esempio: dove venivano disperse (dentro la terra, dentro la materia) le ceneri dei defunti. Questo tipo di cunicolo non aveva una funzione idraulica ne tanto meno di vie scavate da predatori di tesori. Tali “passaggi” scavati nella roccia non rappresentano solo l’oscura meta finale degli uomini ma anche la possibilità di un aggancio con le forze soprannaturali della creazione che gli Etruschi, come tutti gli antichi popoli del Mediterraneo, collocavano nel sottosuolo, nella Madre-Terra.
E’ curioso che la frequenza di decorazioni a “U” incise sui monumenti megalitici della preistoria (vedi stele della Lunigiana), ci colleghi all’uso di forme a “U” (ferro di cavallo), come simboli di protezione e di buona fortuna, nella tradizione medievale e attuale dell’Europa.

Pitigliano è ricordata storicamente anche per la Comunità Ebraica che vi risiedeva.
Nel vicolo Manin si trova il bel cancello in ferro battuto con l’ingresso alla Sinagoga, il cuore della Comunità Ebraica(5).
Da dove vennero i primi esigui nuclei di Ebrei di Pitigliano?
Alcune famiglie di commercianti furono probabilmente attratte in questo paese all’inizio del XVI secolo per la confluenza degli scambi delle merci da avviare lungo i confini tra lo stato Pontificio e la Toscana.

La comunità s’ingrandì in seguito ad una trasmigrazione forzata subita dagli Ebrei del Ducato di Castro, in seguito alle Bolle di Papa Sisto V, (spiacevole inquisitore) che furono costretti ad una precipitosa fuga oltre confine pontificio, per le gravi sanzioni alle quali sarebbero andati incontro.
Dopo il 1569, anno in cui fu decretata la cacciata degli ebrei da tutte le città dello Stato Pontificio, la comunità pitiglianese si accrebbe e già nel 1576 c’erano più di trenta persone. L’espulsione degli ebrei da Firenze e la distruzione della città di Castro provocarono nuovi arrivi.

Inizialmente la convivenza con gli abitanti di Pitigliano non fu facile, non per l’incomprensione religiosa ma semmai per la dissonanza dei costumi.
Prima osteggiati dal tiranno Francesco Orsini padrone della Contea Orsina, poi i bandi granducali medicei con la chiusura dei Banchi di prestito a pegno e la segregazione degli Ebrei nei “ghetti”.
Solo con l’avvento dei Lorena e con le riforme della nuova dinastia migliorarono i rapporti con le minoranze ebraiche del granducato. Segno dei tempi nuovi fu la visita compiuta dal Granduca Pietro Leopoldo alla Sinagoga nel 1773 con cui riconosceva ufficialmente la Comunità Ebraica di Pitigliano e l’integrazione con la popolazione locale dopo più di un secolo di ghettizzazione.
Infatti (sotto i Lorena), per la buona riuscita dei commerci avviati dagli Ebrei di Pitigliano caddero molti tabù e non di rado nelle pubbliche cerimonie, accanto alla poltrona del Cancelliere Comunicativo e del Vescovo vi era quella assegnata al Rabbino.
Si celebrarono anche matrimoni misti inserendo così fra i patronimici degli Ebrei quelli dei Cristiani e viceversa.

L’incremento culturale fu favorito dalle donazioni cartacee della famiglia Consiglio. Altri impiantarono uno stabilimento tipografico e, nel settore agricolo, Napoleone Sadun, risollevò le sorti della precaria situazione agricola di Pitigliano:
“Per comodo de’ terrieri fu aperto in Pitigliano un Monte Pio, con tutto che i maggiori imprestiti si facciano dagli Ebrei che hanno costà un ghetto, una bella sinagoga ed una buona scuola di reciproco insegnamento” (Repetti, Dizionario, 1841, IV/473). Infatti, il secolo di maggior floridezza degli Ebrei di Pitigliano fu il XIX in cui raggiunsero la maggiore espansione economica, culturale e demografica nel decennio 1850-60 (fra le 350 e 400 persone), da meritare l’appellativo di “Piccola Gerusalemme”.

Poi imprevedibile l’esodo. Come nella “migliore saga del popolo errante” la comunità di Pitigliano lasciò quel benessere così duramente conquistato.
Fu così che furono attratti, dopo l’Unità d’Italia con la cancellazione confinaria tra Toscana e Lazio (minore circolazione di denaro), dalle grandi città più attive commercialmente, in particolar modo Livorno, scalo merci primario.
“Le leggi razziali del 1938 e il successivo Olocausto diedero il colpo di grazia alla ormai esigua presenza ebraica: a fine guerra (1948) si contavano soltanto 39 persone. Si concluse così, dopo 4 secoli, la parabola storica della “Piccola Gerusalemme” (F.Dominici, Pitigliano, 2001, pag. 62).

Enio Luigi Pecchioni

del gruppo Archeologico Fiorentino DLF

 

1) Località del Lazio, presso Viterbo, da cui prende nome un aspetto culturale proprio dell’Eneolitico finale: In tombe scavate nella roccia sono stati trovati vasi a fiasco, asce da combattimento, cuspidi di freccia, pugnali di rame.

2) Repetti, Dizionario, 1840 vol. IV/471.

3) Il nome potrebbe derivare da una GENS PETILIA dell’epoca romana, probabilmente proprietari di un latifondo nella zona.

4) Da non confondersi con gli innumerevoli camminamenti sotterranei che raggiungono anche centinaia di metri di percorso, veri dedali labirintici scavati nel tufo, creati dai genieri etruschi al solo scopo di assicurare  l’ingrottamento dei loro sentieri, dentro e fuori le necropoli ad uso sacro.

5) La Sinagoga, costruita nel 1598, fu voluta da Leone di Sabato “tessitore” e funzionò fino al 1959, quando fu chiusa perché pericolante. Ristrutturata e riportata agli antichi splendori nel 1995.















 

     

 

 

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