Il Rione Dantesco e le case degli Alighieri
di Enio Pecchioni


Attraverso un piccolo arco che si apre sulla via del “Corso” di Firenze, si fa ingresso nel Rione Dantesco.
Questo grazioso angolo di Firenze ci ispira un sentimento d'amore e rispetto verso il Sommo Poeta; qui, all’incrocio di anguste vie si trovavano le case e le chiese delle famiglie Alighieri, Donati, Portinari, Cerchi. Anche se i monumenti originali del tempo di Dante ancora presenti sono pochi, siamo comunque di fronte alla storia, e ciò richiede la nostra “religiosa” attenzione.

Firenze, nel 1864, fremente nell’attesa del centenario dantesco e di divenire capitale d’Italia, pensò di fare cosa sommamente patriottica ridonando alla memoria di Dante una casa; sembrava allora, che lo spirito del Poeta non potesse vagare senza che quattro mura non fossero là ad accogliere l’eterno vagabondo. Così, alcune decadi più tardi, fu ricostruita su vecchie abitazioni l’attuale Casa di Dante.

Leonardo Bruni (1369-1444), Cancelliere della Repubblica Fiorentina, nella sua Vita di Dante, scrive: “…quelli di Messer Cacciaguida detti Alighieri abitarono in su la Piazza dietro San Martino  del Vescovo dirimpetto alla via che va a casa i Sacchetti….”. Le case dei Sacchetti, nemici degli Alighieri, erano poste sull’angolo tra via de’ Magazzini e il Garbo, oggi via Condotta.
La traccia più sicura da seguire per individuare la posizione esatta delle case degli Alighieri e dove nacque il Sommo Poeta, è una petizione rivolta il 7 Gennaio 1297 agli Ufficiali Preposti alle Strade.
Si richiedeva di aprire una nuova via diritta  A PLATEA ORTI SANCTI MICHELIS USQUE AD PALATIUM COMUNIS ET POPULI FLORENTINI  (il Palazzo del Comune di allora era quello che più tardi sarà il Bargello).

Tale strada, incominciando dalle case che sorgevano sulla piazza Orsanmichele, attraversava la loggia e la piazza de’ Cerchi e doveva arrivare a via del Proconsolo: “fino nella via che sta innanzi alla casa de’ Cerchi e di Cione del Bello (Alighieri)…attraverso alle case de’ Cerchi e di Cione del Bello, le quali si estendono fino al terreno della Badia, e attraverso alle case e terreno della Badia, rasente al campanile, fino alla via del Palazzo del Comune…”.
Questa strada è certo , almeno in parte, la via de’ Cimatori e la casa di Cione di Bello (biscugino di Dante) dunque, se veniva fiancheggiata da questa via, occupava un’area posta in dirittura con via de’ Magazzini, verso quella del Proconsolo.

Si scopre così che le case degli Alighieri erano, è vero, presso alla chiesa di San Martino, ma in opposta posizione a quella attribuita loro nell’800.
L’esattezza di tale descrizione è provata da un altro atto, rogato Ser Lastra, a data 17 Maggio 1295, conservato all’Archivio di Stato di Firenze, col quale Cione di Bello riscatta la proprietà confiscata al figliuolo Lapo per aver dato l’assalto e il sacco al Palazzo del Comune.
Tale proprietà consisteva nella sedicesima parte PRO INDIVISO di due fabbricati posti nel popolo medesimo e confinanti coi beni de’ Cerchi e della Badia.

Ed ecco ancora più chiara la ragione della lite perduta nel 1189 da Preitenitto ed Alighiero I (ramo diretto di Dante), contro il prete di San Martino, poiché i beni dei figli di Cacciaguida e quelli della chiesa formavano una sola isola di fabbricati racchiusa tra le attuali vie Dante Alighieri, de’ Cerchi, de’ Cimatori e dei Magazzini; giacchè l’immediato contatto provocò la questione del fico (1). E la casa di Dante? Purtroppo più nulla esiste. Fu demolita dal fuoco nemico e dagli squarci del piccone.

Il 27 Gennaio 1302 la sentenza pronunziata contro i condannati ghibellini suonava così: …QUOD SI NON SOLVERINT CONDEMPUATIONEM INFRA TERTIAM DIEM, A DIE SENTENTIE COMPUTANDAM, OMNIA BONA TALIS NON SOLVENTIS PUBLICENTUR VASTENTUR ET DESTRUANTUR, ET VASTATA ET DESTRUCTA REMANEANT IN COMUNI. E cioè: che ove non paghino la multa entro tre giorni dalla sentenza i beni dell’insolvente siano pubblicati, saccheggiati e disfatti, e così guastati e disfatti rimangano al Comune.
E’ noto che Dante aveva molti debiti e non sembra facile che la famiglia potesse far fronte alla furibonda ira del Comune.

Le difficoltà economiche lo assillarono molto prima dell’esilio. L’eredità paterna e la dote della moglie non potevano essere sufficienti per vivere di rendita. Dante, come uomo, si avviò alla carriera dei pubblici uffici, l’unica che poteva tornargli utile vista la sua capacità oratoria. Non si può pensare che Dante abbia tratto un illegittimo vantaggio da queste carriere pubbliche, tutt’altro, infatti si ritrovò con un debito finale con diversi prestatori di più di 800 fiorini d’oro.
I documenti non ci aiutano a svelare del tutto questa situazione e il suo esilio e la condanna alla pena capitale furono soltanto il frutto dell’odio politico.

Giovanni Boccaccio stesso narra che la moglie di Dante, Gemma Donati, si rifugiò da alcuni parenti e che a stento salvò una piccola parte della sua dote. Il figlio di Dante, l’ecclesiastico Jacopo, tentò nel 1343 di recuperare alcuni beni di famiglia, ma il documento parla di beni rustici: una possessione CUM VINEA ET CUM DOMIBUS SUPER EA, COBUSTIS ET NON COMBUSTIS, POSITA IN POPULO S.MINIATIS DE PAGNOLA, più altri quattro appezzamenti posti IBI PROPE lì vicino, nella potesteria del Pontassieve.
Della casa di Firenze non se ne parla assolutamente.
Dovrebbe dedursi da ciò, che se i nemici di Dante si recarono nella loro voglia di distruzione fin oltre Fiesole, fin oltre Montereggi, pur di danneggiare le case del Poeta, segno è che non era bastato a calmare la loro sete di vendetta la distruzione della casa cittadina.!

Riprendendo la passeggiata fra le viuzze, respirando l’aria fresca del mattino alzo lo sguardo sopra di me e mi sembra di vedere Dante affacciato ad un pertugio pensieroso per le ire guelfe, oppure per l’amore della sua Beatricie.
Le scure torri di Firenze diventano luminose sul fondo oro del mattino, la più luminosa di tutte è quella della Castagna, quadrangolare, slanciata, qui nel 1282 vi si rifugiarono i supremi Magistrati dei Priori “acciò”, - scrive Dino Compagni (ca. 1255-1324) – “non temessero le minacce de’ potenti”; restaurata nel ‘900 è oggi sede dell’Associazione Nazionale Garibaldini.

Fa eco di fronte alla torre la già menzionata chiesa di San Martino del Vescovo, fondata nel 986, parrocchia degli Alighieri e dei Donati. Nel 1441 divenne sede della Compagnia dei Dodici Buonuomini, istituita da S.Antonino Pierozzi, Vescovo di Firenze, per il soccorso segreto delle famiglie nobili decadute “i poveri vergognosi”. All’esterno della chiesa possiamo ammirare il tabernacolo effigiato con “San Martino che fa l’elemosina” di Cosimo Ulivelli (Firenze 1625-1704). Nell’interno si trova una serie di dieci affreschi con vivaci storie di S.Martino e rappresentazioni dell’opera di misericordia attribuite a Francesco d’Antonio (attivo 1394-1433), di grande interesse per la storia del costume quattrocentesco fiorentino.

Tornando indietro verso l’arco che immette sul Corso, nello stesso edificio della cosiddetta Casa di Dante si può visitare il piccolo museo con calchi e memorie dantesche.
Davanti all’ingresso del museo si trova la Piazza de’ Giuochi che ci fa pensare ad “antichi” bambini schiamazzanti in allegria invece prende il nome dalla famiglia Giuochi. Tale casata seguì la sorte di molte famiglie ghibelline venendo bandita dalla città.
Accanto all’Arco si trova la chiesa di S.Margherita de’ Cerchi; ricordata fin dal 1032, nel 1353 era di patronato dei Cerchi, Adimari e Donati, in essa ebbero le tombe i Portinari e si ritiene che qui Dante sposasse Gemma Donati. Nell’interno si trova un calco del monumento sepolcrale di Monna Tessa, che per lunghi anni fu al servizio dei Portinari e indusse Folco a fondare l’Ospedale di Santa Maria Nuova, in cui lei stessa fu la prima infermiera ed in seguito fondatrice delle Suore Oblate  Ospedaliere.

Bisogna annoverare tra i luoghi “frequentati da Dante” anche la Badia Fiorentina, di fronte al Bargello.
Tale chiesa benedettina, fondata nel 979 dalla Contessa Willa, madre di Ugo Marchese di Toscana, ebbe grande importanza nella vita politica della città dal periodo del marchesato a quello dei primi priori repubblicani che vi tennero la residenza. Nel 1285 fu ampliata nelle severe forme cistercensi  (allora aveva una facciata arnolfiana rivolta a Ponente – visibile dal cortile interno della Pretura nella Piazza di S.Martino) ma nel XVII secolo fu radicalmente rimaneggiata.

L’interno della chiesa è un piccolo museo di scultura rinascimentale, vi si trovano pregevoli opere di Bernardo Rossellino (1409-1464) e Mino da Fiesole (Poppi 1430 – Firenze 1484).
La tomba del Conte Ugo, Marchese di Toscana (morto 1001) di Mino da Fiesole, davanti alla quale sono celebrate tuttora da più di mille anni le pittoresche funzioni dell’anniversario della morte (21 Dicembre).
Bellissima l’opera pittorica di Filippino Lippi (Prato 1457 – Firenze 1504), Madonna che appare a S.Bernardo, uno dei più significativi capolavori del quattrocento fiorentino.

Lasciando a malincuore l’abbazia benedettina, usciamo dal quartiere dantesco, sicuri di aver fatto un tuffo ristoratore nella storia fiorentina, mentre nel silenzio mattutino, come Dante bambino, veniamo cullati dal suono delle campane delle vetuste chiese che scandiscono le ore segnatempo e le lodi al Signore.

Enio Luigi Pecchioni

1) Il Prete Tolomei rettore di San Martino impose per sentenza ai figli di Cacciaguida “Preitenittus et Alighieri” di “recidere”, ossia abbattere una pianta di fico che penzolava sul terreno della chiesa e che a lui dava fastidio.















 

     

 

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