La Battaglia del mare Sardo (540 a. C.)
di Enio Pecchioni

I Tirreni, poi Etruschi, forse imparentati coi Turuscia (bellicosi pirati delle isole dell’Egeo definiti dagli Egiziani “Popoli del Mare”), secondo la leggenda si stanziarono lungo le coste Tosco-Laziali guidati dal loro re Tirreno. Per la loro talassocrazia, ossia lo spietato e sistematico controllo del mare esercitato anche con la pirateria, essi saranno definiti dai Greci come “etruschi pirati”.
Il nome del mare Tirreno è l’evidenza del loro potere.

Nel VI secolo a.C. i proficui scambi commerciali marittimi accrescevano sempre più il benessere economico degli Etruschi, ampliando i rapporti con le altre civiltà, specialmente quella greca. I Greci, attraversando con le loro navi di piccolo cabotaggio il mare degli Etruschi, avevano fondato, alle foci del Rodano, la colonia di Massalia, l’attuale Marsiglia. Era all’incirca il 600 a.C.
Per salvaguardare i loro commerci, gli Etruschi avevano bisogno di una forza marittima idonea a fronteggiare qualsiasi sfida. Essi si allearono dunque con Cartagine, e insieme si spartirono il dominio sui mari, proteggendo i loro commerci dall’intrusione greca che, dopo la fondazione di Massalia, aveva messo in crisi la fiorente attività di scambi tra Tirreni e popolazioni della Provenza e della Catalogna. Erodono racconta l’annessione etrusca della Corsica (l’etrusca Kurnos), nella metà del VI secolo.

Quando il satrapo(1) persiano Arpago assoggettò le città greche dell’Asia Minore, i Focesi decisero di lasciare le loro case e di abbandonare Focea, la loro città stato, situata nei pressi di Smirne nell’attuale Turchia. Salparono così verso occidente per raggiungere i loro connazionali che avevano colonizzato la Corsica fondando la città di Karalis (Alalia, poi Aleria). Sembra che il loro unico mezzo di sussistenza fosse la pirateria contro tutti i popoli vicini, e ciò in primo luogo a danno degli Etruschi. Questo indusse Etruschi e Cartaginesi a prendere provvedimenti drastici.
Fu così che nel 540 a.C. avvenne la battaglia navale di Alalia, lungo le coste della Corsica, che si sappia, la prima autentica battaglia di questo genere. Il fatto ebbe tale risonanza, nel mondo antico, che anche Erodoto  (V secolo a. C.), lo storico greco, ne parla nelle sue storie, Libro I/166: “Ma poiché (i Focesi) molestavano e depredavano tutti i popoli vicini, I Tirreni (gli Etruschi) e i Cartaginesi, di comune accordo, mossero loro guerra con 60 navi ciascuno. I Focesi allora, armate anch’essi le loro navi, che erano 60, affrontarono i nemici nel mare detto di Sardegna. Venuti a battaglia i Focesi riportarono una vittoria cadmea (vittoria conseguita a caro prezzo) poiché  le loro navi, 40 furono distrutte e le 20 superstiti erano inutilizzabili, avendo i rostri ripiegati: Ripresa la via di Alalia (la loro città sulle coste tirreniche della Corsica) imbarcarono i figli, le mogli e quanti degli altri beni le navi erano in grado di portare e poi lasciata Cirno (la Corsica), navigarono verso Reggio (Reggio Calabria)”.

Non ci è dato di sapere quante e quali altre città etrusche presero parte all’accordo oltre Cere; ciò non toglie che nel 540, in autunno (stagione in cui gli antichi interrompevano la navigazione in vista delle imminenti tempeste), una grossa flotta etrusca, forte di 60 navi Pentecontoro(2) da 50 remi l’una, salpò dai porti di Cere, l’antica lucumonia etrusca sulla costa laziale.
Con la brezza del mattino la flotta etrusca navigò tra l’Isola del Giglio e Giannutri, costeggiò l’Isola di Montecristo e da qui rapidamente giunse in vista della Corsica. Navigando lunga la costa Corsa verso sud, passò di fronte ad Alalia e probabilmente fu notata dalle vedette focesi. La flotta etrusca non trovando di fronte ad Alalia quella Cartaginese per muoversi insieme contro la città nemica, continuò la navigazione verso sud, verso le isole Cerbicales, incontro alle navi cartaginesi. La flotta Cartaginese, salpata dagli empori sulla costa sarda con 60 navi, aveva preso la navigazione verso nord la mattina dello stesso giorno, per unirsi alle navi etrusche ed agire insieme contro Alalia. Ma probabilmente, nel risalire il Tirreno lungo la costa, subì dei ritardi a causa del vento contrario e della corrente discendente dalla Corsica, particolarmente violenta all’altezza delle Bocche di Bonifacio e questo rallentò la navigazione.

Probabilmente le vedette greche avvistarono le navi etrusche e, messa in allarme la flotta, munirono di equipaggio e di armi le navi da guerra, salpando dal porto di Alalia con 60 pontecontoro. Disponendosi subito a battaglia, si dettero all’inseguimento della flotta etrusca, strisciando come il vento sul “filone” di corrente discendente verso sud che lambisce le coste orientali della Corsica, per impedire il congiungimento delle due flotte nemiche.
La flotta focese riuscì ad arrivare alle isole Cerbicales prima dell’unione delle flotte Etrusca e Cartaginese, impedendo loro di approntarsi in posizione favorevole per muoversi insieme contro la città di Alalia.
La battaglia fra le 180 navi fu accanita e la vittoria fu degli Etruschi, e non come riferisce il “partigiano” Erodoto, dei Greci. È vero comunque che la flotta Focese, arrivando quasi all’improvviso nel punto dello scontro a gran velocità, spinta dalla corrente e forse anche dal vento favorevole, riuscì a squarciare con i rostri, al primo urto, il fasciame di un maggior numero di navi avversarie.

Per fare il “punto archeologico” di mare dove avvenne la battaglia, bisogna seguire Erodoto, ma egli ci informa soltanto che ciò avvenne, in senso molto ampio, nel mare di Sardegna. Nel mondo antico per questo mare si intendeva non solo quella parte del mar Tirreno davanti alla Sardegna, ma con significato più ampio anche quello davanti alla Corsica.
E’ mia personale convinzione che la battaglia navale sia avvenuta alle isole Cerbicales, davanti al promontorio corso di Porto Vecchio, sia per la posizione geografica delle isolette favorevole ad un incontro nascosto delle due flotte etrusco-cartaginese, sia perché una flotta navale poteva ivi ripararsi dall’eventuale brutto tempo ed attendere il momento propizio per riprendere la navigazione.
Senz’altro in quel punto di mare, che ha tra l’altro un ampio raggio di fondale con meno di venti metri di profondità, quindi facilmente raggiungibile per gli esperti di cose subacquee, potrebbero giacere sul fondo elmi, pettorali in ferro, bronzi ed altro delle armi ed armature dei guerrieri uccisi o affogati; brocche e tazze di bucchero, come pure un’abbondante quantità delle parti metalliche e chi sa quanti elementi delle numerose navi affondate. Il carico sarebbe omogeneo e salvo rare eccezioni cronologicamente coevo e fissato al momento dell’affondamento, così da permettere di riconoscere quella che doveva essere la vita di bordo in una nave da guerra di quell’epoca.

La battaglia di Alalia suggellò la potenza marittima degli Etruschi sui mari, la cosiddetta “Talassocrazia dei Tirreni”. Mai prima di allora i Greci si erano ritrovati di fronte una flotta così massiccia. D’un sol colpo fu spazzata via la minaccia Greca nella parte settentrionale del Tirreno.
In Corsica, gli Etruschi ormai in possesso del settore orientale dell’isola, fondarono una nuova città presso Alalia: Nikaia (Vittoria) che l’archeologia recente ha localizzato nell’attuale paese di Casabianda presso Aleria, tra il fiumiciattolo Cagnone e la costa Tirrenica.
Da quel giorno e per un lungo periodo di anni i vincitori di Alalia rinnovarono il loro patto di unione, vincolandosi economicamente con un trattato commerciale più ampio per la spartizione del Mediterraneo Occidentale, dividendolo in aree di influenza Cartaginese ed Etrusca.

Gli scrittori antichi raccontano che i Cartaginesi e gli Etruschi dopo la battaglia di Alalia tirarono a sorte la ciurma delle navi catturate e la maggior parte dei prigionieri cadde sotto il giogo dei Ceretani che li portarono in Etruria e li lapidarono a morte. Tale soluzione era cosa piuttosto comune nell’antichità, ma si racconta che gli Dei in quel caso disapprovassero gli abitanti di Cere. Erodoto racconta infatti che gli abitanti e persino il bestiame di questa città, allorquando passavano sul luogo funesto dove avevano commesso la lapidazione fossero presi improvvisamente da visioni paralizzanti e storpiamenti.
I cittadini di Cere mandarono allora un’ambasceria a Delfi dove fu imposto loro di istituire feste annuali con cerimonie religiose, giochi e corse di cavalli in onore dei Focesi morti.
I Cartaginesi rivolsero la loro attenzione alle Baleari, alla Spagna e alla Sardegna che colonizzarono ma che non sottomisero mai interamente. Gli Etruschi invece controllarono il Tirreno: grazie ad una iscrizione-elogio scritta in latino trovata a Tarquinia, siamo a conoscenza di un’mpresa marittima contro la Sicilia effettuata nel secolo successivo (413 a.C.) e condotta da uno “Zilath-Praetor” tale Velthur Spurinna.

Il possesso di parte della Corsica, la quasi simultanea colonizzazione della Valle del Po e della Campania, segnarono la più grande estensione del cosiddetto “Impero Etrusco”; ma ciò non fu mai un impero nel senso moderno e neppure nel senso greco, cioè comandato da una sola città, perché le città Etrusche furono sempre, possibilmente, indipendenti l’una dall’altra.
La Lega delle Dodici Città dell’Etruria era di carattere più religioso che politico. Non sappiamo neppure se le città al di fuori dell’Etruria fossero vere colonie nel senso greco, dominate da una città etrusca o dall’alleanza di due o tre città, o se piuttosto fossero il risultato della iniziativa politica di individui scontenti del sistema di vita nella propria città come fu il caso di Tarquinio Prisco che, da Tarquinia, si recò a Roma e ne divenne Re.

Enio Luigi Pecchioni

1) Nell’ordinamento territoriale dell’Impero Persiano era il capo di un distretto.

2) Nave veloce e bassa sulla linea dell’acqua con una sola fila di 25 remi per parte; misurava circa 30 metri di lunghezza e circa 4 di larghezza, aveva una parete protettiva e rostro metallico a prua, timoniere a poppa; possedeva da uno a due alberi per la vela.

 

Enio Luigi Pecchioni















 

     

 

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