La Torre della Pagliazza. Firenze tra Goti e Bizantini
di Enio Pecchioni
Durissima fu la lotta che imperversò in Italia per quasi un ventennio tra Goti e Bizantini (535-553 d.C.). Tale guerra produsse grandi calamità nella penisola Italiana, desolata da una serie ininterrotta di stragi, pestilenze, carestie e di saccheggi, compiuti a gara dall’uno e dall’altro esercito. Città intere, come Firenze, si trasformarono in mucchi di rovine abbandonate.
Gli imperatori di Bisanzio avevano assistito impotenti al crollo dell’Impero Romano d’Occidente, perché impegnati a difendere i loro confini orientali continuamente disturbati dai Persiani. Così, le sollevazioni dei mercenari barbari, da tempo veri signori d’Italia, avevano posto fine alla lenta agonia dell’Impero d’Occidente.
Il Barbaro Odoacre, soddisfacendo il desiderio dei suoi seguaci, che da soldati aspiravano a diventare proprietari, aveva assegnato ad essi un terzo delle terre coltivate della penisola, facendosi loro sovrano. Il regno di Odoacre però non durò a lungo.
Nel 488 l’imperatore di Bisanzio, Zenone, che non aveva mai riconosciuto l’usurpatore Odoacre e vedeva con preoccupazione la politica espansionistica che questi aveva intrapreso, spinse verso l’Italia il popolo dei Goti, intendendo così di allontanarlo dal proprio territorio. La politica bizantina si dovette rallegrare come di una vittoria se riuscì in poco tempo a detronizzare il re dei mercenari germanici insediando in suo luogo il re Goto Teodorico.
In Italia Teodorico cercò di realizzare un singolare esperimento di convivenza romano-barbarica che per originalità di vedute costituì il motivo principale dell’età delle invasioni barbariche; ai Goti fu riservato l’uso delle armi, mentre ai romani furono lasciate le opere di pace. Fu una autentica diarchia, infatti alla corte gota diversi personaggi romani furono influenti.
Con la morte di Teodorico però l’Italia ripiombò nel caos più completo. I suoi eredi non furono degni del suo nome, specialmente lo spregevole nipote Teodato che fece uccidere Amalasunta, figlia di Teodorico, dopo averla sposata.

All’Imperatore d’oriente Giustiniano si offrì il motivo agognato per una guerra da tempo pensata per abbattere il regno romano-barbarico restaurare la propria potenza imperiale nel Mediterraneo. Nell’anno 535 d.C. le truppe bizantine entravano in Italia; un esercito passava dalla Dalmazia-Istria, un altro, condotto da Belisario, generale che si era distinto assai giovane contro i Persiani, occupava prima la Sicilia e poi risaliva la penisola.
Durante quella guerra, altalena di successi ed insuccessi, nel 537 un esercito bizantino penetrò nella Tuscia ottenendo la spontanea dedizione di tutte le città. Ma l’anno seguente il re goto Vitige le rioccupò presidiandole saldamente.
Belisario, che aveva intanto posto l’assedio a Ravenna, per non essere minacciato alle spalle inviò alcune milizie ad impossessarsi nuovamente delle fortezze principali della Tuscia.
Sotto il comando di Cipriano e Giustino furono inviati due reggimenti imperiali per sottrarre ancora Firenze e Fiesole ai Goti. Ma il valore dei barbari fu superiore alla ben nota arte dei bizantini nel porre assedi. Per evitare il pericolo di sortite sia da Firenze che da Fiesole, i capi bizantini fecero costruire nella pianura, presso la riva sinistra del Mugnone, un grande campo trincerato provvisto di massicce muraglie che, ritrovate nel XIX secolo, furono confuse per una Firenze etrusca.
La fame, il nemico più temibile, minacciava gli assediati; la carestia infieriva in tutto il paese e i bizantini potevano mantenersi davanti alle mura di Firenze soltanto in virtù dei viveri che venivano da molto lontano mediante un sistema di approvvigionamento ben ordinato.
Tutti, vecchi e bambini, impugnavano la spada e nei campi sterili vi cresceva solamente ciò che non richiedeva l’opera dell’uomo.
Procopio di Cesarea, che seguì la campagna d’Italia di Belisario, descrisse tragicamente le condizioni della Toscana durante la guerra goto-bizantina i cui abitanti erano costretti a macinare le ghiande di quercia per farne pane.
Non possediamo un censimento della popolazione italiana in quegli anni, sembra comunque che il numero non superasse i quattro milioni di anime. Anche Firenze era ridotta all’osso, le sue mura si restrinsero talmente da formare soltanto una fortezza dentro la città e il numero dei suoi abitanti non raggiungeva le 10mila unità.
Durante l’assedio di Firenze un’altra miseria si aggiunse alla guerra. Un esercito di Franchi devastò l’Italia settentrionale e arrivò fino alle porte della nostra città. Ma le difficoltà per approvvigionarsi li costrinsero a retrocedere, mentre anche i difensori Goti di Firenze demoralizzati per il lungo assedio e per le privazioni alimentari si arrendevano.
Dopo poco anche Fiesole fu costretta a capitolare. Come a Firenze anche nella città sul colle lunato si insediarono le truppe bizantine.
Ci raccontano gli scrittori antichi che Giustino fece distruggere le mura della città di Fiesole e più che altrove dal lato che guarda la valle dell’Arno per fare di Firenze un nuovo punto militare. Fiesole fu smantellata e i cittadini costretti a riparare per la maggior parte a Firenze, giacché di Fiesole non si parla quando nel 542 Firenze viene assediata da Totila e difesa dal bizantino Giustino.
Con l’avvento dei Bizantini la popolazione della Tuscia come quella dell’intera penisola non tardò ad accorgersi di aver cambiato padrone e di aver peggiorato le proprie condizioni, perché questi orientali portarono con se un pesante fiscalismo e un rafforzamento della struttura statico-corporativa dell’economia.
Giustiniano aveva sacrificato alla chimera della ripristinazione di un dominio universale ormai impossibile, la forza dei Goti, la sola che avrebbe potuto difendere l’Italia contro nuove invasioni.
Esiste un luogo del centro storico di Firenze che fino a pochi anni fa molti non conoscevano, coperto agli occhi da steccati e muri di un cantiere inaccessibile ai più. Mi riferisco ad un settore dentro il quadrato Via del Corso, Calazaioli, Santa Elisabetta e Via delle Oche: un insieme di costruzioni fatiscenti attraversate da un paio di vicoli malsani per lungo tempo abbandonati a se stessi.
Al posto dei resti delle case medievali è sorto ora l’Hotel Brunelleschi.
L’albergo vanta come sua parte integrante un gioiello di architettura: l’antichissima torre bizantina detta della Pagliuzza o Pagliazza (1).
Si tratta del più antico monumento fiorentino visibile in alzato; unica a Firenze per la sua forma semicircolare, dal VI secolo d.C. è arrivata fino a noi nascosta ma protetta da accatastamenti e aggiunte di ogni epoca che l’avevano proprio fatta dimenticare.

L’origine della torre è questa: come abbiamo visto sotto la pressione dei Bizantini i Goti rimasti in difesa di Firenze tirarono su una ridottissima cerchia muraria (2). Cacciati i Goti, a sua volta i Bizantini dopo aver abbandonato il campo militare situato presso Piazza Donatello si barricarono dentro Firenze per reggere l’assedio di Totila. Fu in quegli anni, intorno al 540-542, che la torre Pagliuzza fu edificata con la parte rotondeggiante verso l’esterno della fortificazione.
Dal parametro murario si legge chiaramente che fu edificata molto in fretta con le pietre una sopra l’altra senza tante squadrature, e pezzi di mattonato saldati insieme con malta.
Probabilmente, poiché era più alta di oggi, servì dalla fine del VI secolo fino alla fine dell’VIII anche ai Longobardi che la utilizzarono come torre di vedetta protesa verso il lato orientale della pianura fiorentina.
Alcuni tratti delle mura e la circonferenza di qualche arco ci ricordano l’architettura romana.
Con i reperti archeologici ritrovati è stato allestito nello scantinato dell’Hotel Brunelleschi un piccolo museo molto interessante.
Enio Luigi Pecchioni
Gruppo Archeologico Fiorentino
Note
Perché un tempo c’erano delle carceri con i relativi pagliericci.
E non i bizantini come erroneamente creduto.